e così questa sera sarà ad Avellino per inaugurare il cubo di cemento. Certo che il costruttore che l'ha invitata, è mosso dal nobile scopo di ottenere un giudizio estetico libero da qualunque condizionamento. E chi meglio di un libero pensatore, libero contestatore, libero conservatore come lei. Il costruttore di quel cubo di cemento di 6000 metri quadrati ha detto di averle mandato del materiale su Avellino, un po' di scritti, un po' di foto d'epoca. E' soddisfatto lui: nella piazza piu' importante della città ha colato tonellate e tonnellate di cemento. E' tutto bianco il cubo. Roba che a guardarlo per piu' di dieci minuti con il sole in fronte (intorno alle 17, ma lei sarà qui alle 19 e non ha da temere) viene il mal di testa. E' preoccupato il costruttore: qualcuno ha detto che il cubo di cemento in mezzo al palazzo della prefettura, in mezzo al palazzo dell'accademia di musica, tra il vescovado e palazzo Caracciolo, sfigura parecchio. Lui ne è fiero. E si dice che venderà a 6000 euro al metro quadro la vista sulla pizza che ha distrutto. Ah, professor Sgarbi, dicono che il costruttore abbia realizzato anche due piani sotterranei nel cubo. Si faccia accompagnare a fare un giro. Chissà che proprio lei non trovi qualche frammento di un convento francescano del 1600 che il costruttore si è affrettato a cementificare. Ma il costruttore ha ragione a esser fiero: il cemento, il bianco sono ovunque. Si stupirà professore di quanto bianco c'è ad Avellino. E quanto cemento! Se fosse passato di qui venticinque anni fa, non ne avrebbe trovato poi tanto. C'era dell'altro bianco: quello della pietra di Fontanarosa che faceva sempre arco sui portoni dei palazzi piu' belli. Ma il terremoto ha mangiato tante cose. E ha vomitato solo cemento. Prima la calce: bianca anche quella. Sui morti e sulle macerie. E sulla calce, il cemento. E' giusto: il costruttore ha ragione. La ricostruzione, dopo venticinque anni, è finita e quel cubo di cemento è l'ultimo pezzo che mancava.

Nome: Gabriella Bianchi
33 anni, adesso sono 33. Ho gli anni palindromi. Continuo a lavorare in un giornale. E ogni tanto mi chiedo se lavoro veramente. I miei sono convinti di no. Io me ne accorgo la sera, quando guardo l'orologio e puntuale chiama il tipografo: "Avete chiuso? non ancora? no, e che è successo oggi? Il giornale non esce!"
"Sono stanco che il mio lavoro venga letto nei cessi...
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